Il pane, il vicolo e Kiarostami

“Il cinema comincia con D.W. Griffith e finisce con Abbas Kiarostami”*

Il regista iraniano Abbas Kiarostami è scomparso lo scorso 4 luglio a Parigi. Nato a Teheran nel 1940 fu tra i protagonisti della nouvelle vague iraniana e dopo la Rivoluzione Iraniana del 1979 scelse, a differenza di molti altri artisti e intellettuali, di restare nel suo Paese :

Se prendete un albero che affonda le sue radici nella terra e se lo ripiantate in un altro luogo, l’albero non produrrà più frutti e se lo farà, il suo frutto non sarà altrettanto buono come era nel luogo d’origine. È una legge della natura. Penso che se avessi abbandonato il mio paese, assomiglierei a quell’albero” **

Nonostante la censura e il controllo sulla produzione cinematografica instaurata del nuovo regine, che seppure non lo osteggia apertamente, ma guarda con molta diffidenza il suo cinema « poco islamico », Kiarostami riesce a produrre capolavori come Close-Up (1990), i film della trilogia di Koker, Il Sapore della Ciliegia (1997) o Il vento ci porterà via ( 1997) che gli conseguono fama internazionale e riconoscimenti in ogni parte del mondo. Kiarostami non è stato solo un punto di riferimento per i registi iraniani, ma con il suo stile originale e fuori dalle regole, la sua personalissima ed umanissima poetica è stato un esempio per i cineasti di tutto il mondo, meritando un posto di rilievo nella Storia del Cinema.

Probabilmente, in questi giorni, la nostra televisione non ci trasmetterà le sue opere, troppo presa con gli Europei e i film di Bud Spencer. Se volete riscoprire quest’autore non vi resta che rovistare in qualche in qualche videoteca della capitale oppure mettervi in viaggio sul web. Io ho trovato alcuni film completi su YouTube e li ho raccolti in questa playlist : Abbas Kiarostami. Non so per quanto ancora questi film saranno disponibili, prima o poi qualcuno ne reclamerà i diritti e saranno rimossi. E noi resteremo ad interrogarci sul perché l’arte e la cultura non possano essere sempre liberamente disponibili e fruibili da tutti.

Questa però è un’altra storia. Non vorrei confrontarmi con le grandi opere di Kiarostami, dubito che ne sarei capace, ma vorrei che vedeste Il pane e il vicolo (Nān va kuche) la primissima opera cinematografica di questo artista. È la storia di un ragazzino che, per tornare a casa , deve attraversare una stretta stradina. Ma qui si imbatte in cane affamato che gli abbaia contro. Il bambino ne ha giustamente paura, come riuscirà a cavarsela ? È una storia semplice, tanto limpida da farsi allegoria. Un cortometraggio che mi ha emozionato e coinvolto più di tanti altri, un grande lezione di cinema, e perché ? Proverò a raccontarvelo. Intanto guardartelo e poi, se vorrete, tornate a leggere il continuo di quest’articolo.

Aveva trentanni, Kiarostami, quando realizzò questo film, una poetica ed uno stile già chiari, definiti e originali. Nell’ambientazione, nella costruzione narrativa c’è tutta la lezione del neorealismo italiano, nello stile e nella forma quella della nouvelle vague francese, indifferente, se non sovversiva delle regole del linguaggio classico, con quella cinepresa che non si cela, ma che manifesta la sua presenza nella scena. Quando l’uomo a cavallo dell’asino gli passa innanzi correndo, la cinepresa zooma sul volto del bambino. È un movimento rapido e sporco che ci palesa l’evidenza della finzione cinematografica eppure noi siamo già così dentro la storia che tutto continua a sembrarci più vero del vero.

Nella sequenza iniziale, il regista ci fa progressivamente avvicinare al bambino, lo seguiamo e inseguiamo lungo il percorso, ne restiamo però divisi. Nella prima inquadratura, l’angolatura della cinepresa è leggermente inclinata dall’alto al basso, il nostro punto di vista potrebbe essere quello di un adulto che sta osservando un bimbo. Un brano sbarazzino accompagna le prime scene ( mi pare una versione strumentale di Ob-la-dì Ob-la-dà), questa si interrompe bruscamente sull’abbaiare del cane, quando il bambino si è fatto ormai vicinissimo alla cinepresa che stavolta sta filmando la scena dal basso verso l’alto. Da questo momento tutto cambia : noi assumiamo il punto di vista del bambino. Siamo dentro di lui.

La cinepresa che prima lo seguiva dall’alto attraverso lunghe inquadrature mobili, ora si fa sta statica. Tutta la sequenza successiva è una seria di inquadrature soggettive alternate ai primi piano del protagonista, stavolta la cinepresa è piazzata al suo livello, al livello di un bambino e di lì osserva le strade e attende speranzosa i passanti. Non c’è più musica, solo rumori d’ambiente. Senza l’ausilio di alcun’altra espressione sonora o verbale noi capiamo e partecipiamo a questo piccolo dramma interiore. Se stessimo osservando con i suoi occhi, questa vicenda ci sembrerebbe ridicola oppure saremmo restati indifferenti come i passanti che non gettano neanche uno sguardo sul quel fanciullo, ignoranti della sua presenza.

È venuto il momento di farsi coraggio e affrontare la situazione. Il sacrificio di un pezzo di pane, compiuto per necessità più che per generosità, ed ecco il timore tramutarsi in simpatia. Il bambino sorride, non solo è riuscito nel suo intento ma, chissà, forse ha trovato un amico. Di ciò ne è convinto il cane, che trotta allegro accanto al suo nuovo compagno di giochi, mentre la cinepresa dedica svariati primi piani alla sua coda danzante. È tornata la musica, ci avete fatto caso? Ma il bambino è arrivato a casa, guarda un’ultima volta quello avrebbe potuto essere un amico ed entra, mentre sua madre chiude la porta in faccia al quattro-zampe. E noi ci restiamo male non per il bambino, ma per l’animale : è infatti con i suoi occhi che ora stiamo osservando. Restiamo soli per strada, delusi, incerti se sperare ancora, con la fame di prima. Ma ecco che si sta avvicinando un altro cucciolo d’uomo, chissà ? Forse anche questo ha qualcosa da darmi, proviamo un po’ a dirgli qualcosa…

Spero di avervi fatto venire il desiderio di scoprire o riscoprire questo grande autore, la cultura di quel grande paese che è l’Iran e di vedere un po’ un buon cinema.

* Jean Luc Godard cit. in Shahin Parhami, A Talk with the Artist: Abbas Kiarostami in Conversation, Synoptique,‎

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